“DIETRO IL SUD

Di e con Emanuela Bianchi
Luci Jacopo Andrea Caruso

Sinossi

Scheda artistica

Galleria

“DIETRO IL SUD

Di e con Emanuela Bianchi
Luci Jacopo Andrea Caruso

Sinossi

Scheda artistica

Galleria

Sinossi

“Dietro il sud”, è una biografia emotiva.
Nasce dall’esigenza di confrontarsi con una problematica storica del nostro territorio: l’emigrazione, con il vissuto emotivo che accompagna tutti i migranti del mondo.

La necessità di conoscenza, di lavoro, di gratificazione, di affetto, di riscatto, di coraggio, la saudaji, la nostalgia intesa come passione del ritorno, la necessità di raccontare.

Lo spettacolo ruota intorno ai racconti di un’emigrata spinta dai suoi stessi concittadini ad andare altrove alla ricerca di realizzazione. Così come hanno fatto i suoi amici, zii e cugini prima di lei.

Una scelta obbligata, come un’usanza che non si può rompere. Nel viaggio ritornano i momenti più significativi dell’esistenza per quanto quotidianamente vissuta: partenze, distacchi, funerali, feste, innamoramenti; storie narrate da chi è già partito e mai più tornato e da chi invece ha deciso di narrare la “restanza” benché tanto legata al viaggio lontano dei cari.

La protagonista è portatrice di uno sguardo alterato dal ricordo, un continuo rimando alla propria terra. Si tratteggia infine una figura di migrante inteso come qualsiasi persona che si trovi a vivere una condizione di estraneità: là dove non hai diritto, dove non ti è concesso di entrare, dove il potere è un’estorsione, si è sempre migranti, in quanto espropriati del diritto di scegliere, e questo, può succedere ovunque, qui come altrove. La differenza è andare per lottare contro una condizione o restare per lottare contro una condizione.

L’incontro tra il nuovo e la propria identità culturale scava criticamente i processi sociali messi in atto da una cultura che non riconosce se stessa se non attraverso una presa di distanza, nell’altrove, acquisendo consapevolezza del proprio valore nel confronto. La dinamica tra ricerca del nuovo e attaccamento tenace alla propria identità è del resto emblematicamente evidenziata dai numerosi casi di paesi doppi, nei quali si prova a ricostruire esattamente la copia del paese di provenienza.

Il ritorno non è mai un ritorno al punto di partenza. Evidentemente questo dialogo interiore produce quella inestimabile ricchezza che permette alle culture di incontrarsi e di ricrearsi, un vero atto creativo che il cammino mette in moto. Tale atto è manifesto nei racconti di una società, come quella del sud, che reitera la migrazione come una necessità.

Ieri migrazione delle braccia, oggi dei cervelli(?), i figli dei migranti sono figli di più mondi: dietro il sud vi è l’immensa ricchezza di uomini e donne che sono andati via. Persino chi è rimasto, nell’attesa e nella speranza, ha vissuto in collegamento con il mondo più ampio, anche solo con una cartolina, col denaro che veniva inviato dall’estero, con gli oggetti che gli amici portavano durante le feste estive di ritorno al paese.

Sono le relazioni umane, i legami, che permettono alle persone di valicare i confini.

Questo racconto metastorico è un viaggio inteso come risorsa sociale e culturale positiva, educativa e risolutiva, non solo uno spostamento fisico bensì mentale. Nel mondo globalizzato, dove viaggiare non sempre è conoscere, ci auguriamo che il viaggio, reale o virtuale che sia, non sia solo un miraggio.

Opere citate: Calabria Infame (F. Costabile); Mio sud (F. Costabile); Pianto delle Ciangiatare (anonimo di Cropani); Nu jornu fu apprizzata la mia pella (anonimo); Madonna du cielu si culonna (anonimo); “L’alchimista” (Paulo Choelo); “A zia da Francia” è di Pasquale Marino; i testi di “Rindineddha” e “La festa” sono del M° Ettore Capicotto.

Sinossi

“Dietro il sud”, è una biografia emotiva.
Nasce dall’esigenza di confrontarsi con una problematica storica del nostro territorio: l’emigrazione, con il vissuto emotivo che accompagna tutti i migranti del mondo.

La necessità di conoscenza, di lavoro, di gratificazione, di affetto, di riscatto, di coraggio, la saudaji, la nostalgia intesa come passione del ritorno, la necessità di raccontare.

Lo spettacolo ruota intorno ai racconti di un’emigrata spinta dai suoi stessi concittadini ad andare altrove alla ricerca di realizzazione. Così come hanno fatto i suoi amici, zii e cugini prima di lei.

Una scelta obbligata, come un’usanza che non si può rompere. Nel viaggio ritornano i momenti più significativi dell’esistenza per quanto quotidianamente vissuta: partenze, distacchi, funerali, feste, innamoramenti; storie narrate da chi è già partito e mai più tornato e da chi invece ha deciso di narrare la “restanza” benché tanto legata al viaggio lontano dei cari.

La protagonista è portatrice di uno sguardo alterato dal ricordo, un continuo rimando alla propria terra. Si tratteggia infine una figura di migrante inteso come qualsiasi persona che si trovi a vivere una condizione di estraneità: là dove non hai diritto, dove non ti è concesso di entrare, dove il potere è un’estorsione, si è sempre migranti, in quanto espropriati del diritto di scegliere, e questo, può succedere ovunque, qui come altrove. La differenza è andare per lottare contro una condizione o restare per lottare contro una condizione.

L’incontro tra il nuovo e la propria identità culturale scava criticamente i processi sociali messi in atto da una cultura che non riconosce se stessa se non attraverso una presa di distanza, nell’altrove, acquisendo consapevolezza del proprio valore nel confronto. La dinamica tra ricerca del nuovo e attaccamento tenace alla propria identità è del resto emblematicamente evidenziata dai numerosi casi di paesi doppi, nei quali si prova a ricostruire esattamente la copia del paese di provenienza.

Il ritorno non è mai un ritorno al punto di partenza. Evidentemente questo dialogo interiore produce quella inestimabile ricchezza che permette alle culture di incontrarsi e di ricrearsi, un vero atto creativo che il cammino mette in moto. Tale atto è manifesto nei racconti di una società, come quella del sud, che reitera la migrazione come una necessità.

Ieri migrazione delle braccia, oggi dei cervelli(?), i figli dei migranti sono figli di più mondi: dietro il sud vi è l’immensa ricchezza di uomini e donne che sono andati via. Persino chi è rimasto, nell’attesa e nella speranza, ha vissuto in collegamento con il mondo più ampio, anche solo con una cartolina, col denaro che veniva inviato dall’estero, con gli oggetti che gli amici portavano durante le feste estive di ritorno al paese.

Sono le relazioni umane, i legami, che permettono alle persone di valicare i confini.

Questo racconto metastorico è un viaggio inteso come risorsa sociale e culturale positiva, educativa e risolutiva, non solo uno spostamento fisico bensì mentale. Nel mondo globalizzato, dove viaggiare non sempre è conoscere, ci auguriamo che il viaggio, reale o virtuale che sia, non sia solo un miraggio.

Opere citate: Calabria Infame (F. Costabile); Mio sud (F. Costabile); Pianto delle Ciangiatare (anonimo di Cropani); Nu jornu fu apprizzata la mia pella (anonimo); Madonna du cielu si culonna (anonimo); “L’alchimista” (Paulo Choelo); “A zia da Francia” è di Pasquale Marino; i testi di “Rindineddha” e “La festa” sono del M° Ettore Capicotto.